Si riparte!

via Carrot Workers

È un bel po’ che non scrivo qualcosa qui sopra, ma quest’anno è stato decisamente movimentato per me. Adesso è arrivato il momento di tirare un po’ le somme, dare qualche aggiornamento e abbozzare qualche progetto per il futuro di questo blog. Buona parte dell’anno se n’è andata tra reparti ospedalieri, precariato e disoccupazione. Dopo un mese di ricovero, e parecchi altri passati a mangiare riso in bianco e patate lesse, sono andato sotto i ferri per rimuovere 15 centimetri di intestino. Un vero e proprio sacrificio umano offerto all’altare dell’accademia anglosassone, un cazzo di club per ricchi: se sei povero e senza connessioni vogliono il sangue, letteralmente.

Ecco perché ogni volta che leggo un articolo italiano sui cosiddetti cervelli in fuga negli atenei anglosassoni perdo il lume della ragione. Non si capisce come, ma i giornalisti italiani conoscono solo gente “meritevole” mentre io, nella mia seppur breve carriera, ho incontrato italian* e non che fanno e hanno fatto i salti mortali per tenere un piede in accademia, sopravvivono con stipendi da fame e spesso fanno due o tre lavori contemporaneamente. Ecco, siccome oggi mi sento generoso offro uno scoop in copyleft: il precariato esiste anche in UK e Stati Uniti; esiste pure nelle università, soprattutto nelle università, e in particolar modo nelle facoltà umanistiche.

Volete avere un quadro più realistico della situazione? La prossima volta che visitate un ateneo inglese o uscite da una conferenza parlate col cameriere che vi sta servendo il rinfresco o con la receptionist all’ingresso. Molto probabilmente è italiano/a, laureato/a, e quello è soltanto uno dei lavori che fa per arrivare a fine mese. È altrettanto possibile che uno di questi lavori sia quello di tenere lezioni universitarie, insegnando a quegli stessi studenti a cui serve il caffé. Questa è la mia esperienza personale, dico sul serio, ma se non ci credete basta fare un po’ di gnu journalism e affidarsi a San Gùgol o Santa Wikipedia. Ecco un paio di utilissime chiavi di ricerca da copincollare: adjunct faculty, fractional contracts, zero-hours contracts. Scoprirete, ad esempio, la tragica storia di Margaret Mary Vojtko, oppure l’esistenza di gruppi, associazioni di ricercatori, sindacati e una marea di risorse online sullo sfruttamento e la precarietà di dottorandi, postdoc e precari della ricerca.

La mia storia inizia come molte altre, con il “peccato originale” di una laurea umanistica, e finisce un bel po’ di anni, soldi e lavori precari dopo con un PhD, le tasche vuote, 15 cm di intestino in meno e qualcosa da ricordare per sempre: “Sei povero? Mangia spaghetti al burro”. Così si è conclusa la discussione della mia tesi di dottorato. Qualche mese dopo mi avrebbero comunicato che il mio fractional contract non sarebbe stato rinnovato. Avendo finito il PhD avrei preteso un contratto migliore, mentre altri dottorandi dopo di me avrebbero sterminato la propria famiglia per prendere il mio posto. “Trovati un lavoretto da cameriere per il momento, forse è l’unica cosa da fare”, mi dice la collega (a tempo indeterminato) che non ha mai dovuto nemmeno porsi il problema di cercare un lavoro al di fuori dell’università.

Non poteva andare diversamente, del resto. Sono un membro della “generazione perduta“, un perfetto “sfigato“, perché ci ho messo esattamente nove anni per laurearmi e non ho mai smesso di pensare alla “monotonìa” del posto fisso. Sono anche un po’ “choosy“, perché ho sempre cercato di fare quello per cui ho studiato una vita, e dunque pure un illuso cronico: tutti sanno che “di cultura non si vive“. Non ho mai avuto un posto fisso, né ho fatto lo stesso lavoro per più di qualche mese. So fare un po’ di tutto ma niente in particolare. Insomma, sono un classico precario di prima generazione, quella che non hai “mai imparato un mestiere“.

Un nuovo lavoro significa ripartire da zero ogni volta. Ed è proprio questo che sta succedendo ultimamente. In questo mare di merda e domande di lavoro una cosa è andata bene. A partire da questo mese sono diventato Assistant Professor in Media and Cultural Studies in un centro di ricerca appena fondato. Come al solito avevo inviato tutti i documenti richiesti per fare domanda e poi ho buttato tutto nel cestino. Invece sono stato chiamato, intervistato e alla fine mi hanno offerto un contratto di tre anni.

L’istituto si trova in uno degli emirati del GCC. Non dirò quale perché ho intenzione di raccontare quello che vedo, e non sono cose belle per la maggior parte. Politicamente la cosa non mi aggrada: mi considero un libertario di sinistra e ho sempre pensato di fare ricerca in maniera coerente. Mai avrei immaginato di approdare in uno dei paesi più rappresentativi del capitalismo contemporaneo, dove schiavismo e lusso sfrenato sono visibili a occhio nudo. Ma non avevo scelta, se non rifiutare l’offerta e restare disoccupato in Italia oppure precario in UK. Il contratto è a dir poco generoso. Passo da un salario mensile di £400 ad uno che mi consente di risparmiare soldi, avere una macchina, una copertura sanitaria per me e la mia compagna e l’educazione per i figli che non ho.

Ah sì, poiché la mia ragazza ha deciso di seguirmi -era disoccupata anche lei- ci siamo dovuti sposare: impossibile convivere sotto lo stesso tetto da non sposati da queste parti. Le ho già proposto una gigantesca festa di divorzio quando lasceremo questa gabbia dorata. Un’altra cosa che comincia a pesare è questa condizione di nomadismo forzato. Per carità, so di essere un migrante/precario di lusso, ma essere costretti alla mobilità perenne, a dover partire lasciando amicizie, affetti, famiglie, reti sociali alla lunga ti segna. Si fa un gran parlare di nomadismo spesso con un’accezione positiva, ma posso garantire che quando si tratta di una condizione imposta e permanente non è proprio così cool.

Insomma, per ora siamo in ballo e proviamo a ballare. Fa un caldo mai sentito, nemmeno al Cairo. Si vive attaccati al condizionatore e se esci fuori si appannano le lenti degli occhiali. L’estetica khaleeji, poi, rispecchia i peggiori luoghi comuni. C’è la mia compagna che sgrana gli occhi quando vede tipe velate con tacco 14 leopardato e borse da migliaia di euro. Ci sono decine di mall giganteschi, con piste di pattinaggio e riproduzioni in scala 1:1 di scorci di Venezia. Il postmoderno? Questi hanno preso Jameson come un manuale d’uso. E poi ci sono gli schiavi e le domestiche, con tanto di divisa, che seguono famiglie di khaleeji panzuti, profumatissimi e danarosi.

Non appena riesco a definire tutto -bruocrazia varia, casa, sanità, macchina, internet- rimetto in moto il blog e comincio a raccontare tutto in una rubrica a parte. Sto cercando soluzioni alternative al solito Instagram per postare immagini/video e rimanere nell’anonimato. Se qualcuno passa di qui, arriva alla fine di questo post e ha delle soluzioni sono tutt’orecchi. Si riparte!

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