Come Fantozzi a cena dalla contessa

La settimana scorsa sono andato al primo incontro di facoltà. Tra barriere linguistiche e sociali mi sono sentito per l’ennesima volta fuori luogo. Più di una persona mi ha chiesto chiaramente da dove saltassi fuori, come cazzo fossi finito lì, visto che nessuno sapeva nulla di me. Ho persino scoperto che il mio profilo non è stato nemmeno caricato sul sito dell’università. Così mi sono ricordato delle parole che avrei sempre voluto scrivere per descrivere questa situazione.

Ho trascorso la maggior parte della mia vita, fino all’età di trent’anni, credendo che mai e poi mai avrei lavorato. I miei vent’anni sono scivolati tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavoretti temporanei. Non ho mai sentito di appartenere sul serio a nessuno di questi ruoli: negli studi post-laurea, perché non mi sentivo un vero studioso, quanto piuttosto un dilettante che fino a quel punto aveva in qualche modo recitato; nella disoccupazione, perché non ero realmente disoccupato come coloro che sono onestamente in cerca di lavoro, ma piuttosto un nullafacente; e nei lavoretti temporanei, perché sentivo che li stavo svolgendo da incompetente. Non perché mi sentissi “troppo figo”, ma proprio per il motivo opposto: perché ero iper-istruito e dunque inutile, e stavo rubando il pane a qualcuno che ne aveva bisogno (e lo meritava) più di me. […] Quando finalmente trovai un lavoro come docente universitario, dapprima prevalse un po’ di euforia. Ma, per la sua stessa fragile natura, questa euforia avrebbe dimostrato che non mi ero del tutto scrollato di dosso una sensazione di inutilità, e sarei presto tornato a ulteriori periodi di depressione. Mi mancava la pacata calma di chi è consapevole d’essere nato per il ruolo.

Solo così è possibile comunicare quello che prova chiunque entri in accademia partendo da un working-class background. Le ha scritte Mark Fisher su Occupied Times (tradotto in italiano qui). In breve pensi sempre di essere un “buono a nulla”; a mancare è, per l’appunto, quella “pacata calma di chi è consapevole d’essere nato per il ruolo”. Non ci si sente mai al posto giusto, mai abbastanza esperti, abbastanza connessi e conosciuti.

Nel caso in cui esistano anche delle barriere linguistiche, poi, diventa difficile persino sostenere una conversazione. Sei in Uk? Non saprai mai l’inglese bene come loro. Sei in un paese arabo? Figuriamoci! O ci sei nato oppure ti sei potuto concedere il lusso di seguire corsi di lingua, soggiornare parecchio tempo in un paese arabo e stare mesi senza lavorare. Se il tuo percorso è diverso, mi dispiace sei fottuto: sei fuori dalla cricca giusta, non conosci il tizio X, la scholar Y, l’istituto Z, la conferenza W etc etc.

Essere sempre costrett* a rincorrere e a scappare, perché la soluzione di tornare a casa e trovare un lavoro per te non è mai esistita. Dopo tutto il tempo trascorso all’estero tu, a casa tua, non sei nessun*, tanto per cambiare. Ecco perché l’unico lusso che possono concedersi quelli come me è la fuga, e bisogna ammettere che di questi tempi si tratta oggettivamente di un lusso. Quelli come me almeno ce l’hanno questa opzione, mentre moltissime persone sono costrette a restare e fronteggiare qualsiasi cosa, esplodendo in silenzio nella propria cameretta, in una casa condivisa con i genitori oppure con altri colleghi di sventura.

Attenzione però, si tratta di un lusso molto relativo, perché una volta fuggiti si continua a scappare. La fuga diventa l’unica soluzione e fuga dopo fuga le distanze aumentano, i tempi si allungano, il trauma è sempre più violento, il distacco più doloroso, i soldi spesi sempre di più. E ogni volta che arrivi in un posto nuovo è sempre la stessa storia: sei un alien*, un intrus*, un outsider. Ti ritrovi seduto su un divano, a fumare a ripetizione. Non sai, non parli e inizia in un circolo vizioso: in un mondo dove fare “networking” è ormai tutto ciò che conta, più ti chiudi più vieni emarginato, più vieni emarginato e più ti chiudi.

Per l’ennesima volta sei sopraffatto da quella maledetta sensazione di essere sempre fuori luogo, fuori dal gruppo, inesperto e goffo, timido e maldestro, un “buono a nulla” appunto. Ma la cosa più tragica di questa situazione malata è che ti viene la voglia di tornare a cuccia e apprezzare la merda che hai lasciato: quella almeno la conoscevi e sapevi come mangiarla, qua non sai manco se ci stanno le posate oppure devi fare con le mani. Sei come Fantozzi a cena dalla contessa.

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