Kasun, tassista singalese

Qualche giorno fa sono riuscito a fare una breve chiacchierata con un tassista ed ho avuto un primo, amaro assaggio della realtà di chi lavora da queste parti. Lo chiamerò Kasun, viene dallo Sri Lanka e vive qui da parecchio tempo. Data la sua professione credevo fosse uno di quelli che riesce a cavarsela decentemente in questo posto. Mi sbagliavo.

Qui tutta la manodopera, in qualsiasi settore, viene da qualche paese del sud est asiatico: filippini, nepalesi, singalesi, indiani ecc. Gli operai dei numerosi cantieri edili sono veri e propri schiavi. La città è disseminata di cantieri, sono ovunque. Gli operai che ci lavorano arrivano di mattina presto, passano un controllo di sicurezza per verificare che abbiano una sorta di permesso, credo, poi entrano in cantiere. Verso sera vengono prelevati e portati fuori città. Per questi spostamenti vengono impiegati dei vecchi scuolabus americani. Sono simili a quello giallo con bande nere che guida Otto nei Simpons per capirci, oppure bianchi con delle bande blu scuro, solo che sembrano essere almeno di terza o quarta mano. Forse è solo il mix di sabbia del deserto e polvere da cantiere che li fa sembrare più vecchi di quanto non siano in realtà.

I khaleeji invece non fanno nulla. Se hanno un lavoro si tratta per lo più di un desk job la cui unica mansione consiste nel controllare il profilo Facebook fino a fine giornata. Poi ci sono commess* e impiegat* nel terzo settore. Anche in questo caso la stragrande maggioranza viene da paesi del sud est asiatico e fanno qualsiasi tipo di lavoro: parrucchiere e rivenditori di telefonini, gelatai e commesse nei negozi di abbigliamento, camerieri e banconiste. Senza dimenticare l’autentico esercito di babysitter, badanti e domestiche costrette persino ad andare in giro in divisa. Ma di questo parlerò in un altro post.

Torniamo a Kasun. Lo fermo al volo su una strada polverosa, mi fa salire e sembra in vena di chiacchiere. Io sono d’accordo con lui. Cominciamo a parlare, è al settimo cielo perché tra qualche giorno parte. Torna in Sri Lanka, in vacanza, a trovare la sua famiglia. Kasun vive e lavora qui come tassista da 13 anni. Sono quasi due anni – “23 mesi!” ci tiene a specificare – che non vede sua moglie e suo figlio di tre anni e mezzo. Quando pensa a loro diventa un po’ triste, vorrebbe portarli qui ma non può: il suo salario è troppo basso e non gli è consentito il ricongiungimento familiare. Kasun guadagna 2000 Riyal al mese: ne usa metà per sopravvivere, gli altri mille li spedisce a casa. Calcolando che 2000 Riyal sono circa 250 euro, Kasun vive qui, in questa gabbia dorata, con 125 euro al mese.

Purtroppo la corsa sta per terminare e così la nostra chiacchierata. C’è tempo solo per un breve, ma intenso, lampo di odio di classe. Mentre stiamo per arrivare a destinazione ci supera l’ennesimo bolide sbrilluccicante e costosissimo, una Mustang credo. Sono le 11,30 del mattino ma il khaleeji al volante sembra non avere fretta, procede a 20 Km/h in mezzo alla strada. È chiarissimo che non ha nulla da fare se non andare in giro a scarburare con il macchinone. Un autentico straccapiazza, come si direbbe da noi. L’unica differenza è che questo, molto probabilmente, è milionario.

Kasun comincia a dondolare la testa e a innervosirsi visibilmente. “Ogni giorno, tutto il giorno così”, mi dice indicando il danaroso nullafacente che ci blocca la strada, “niente da fare, nessun lavoro. Tutto il giorno a mangiare sandwich, bere Pepsi e andare in giro in macchina”.

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